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Sul fianco sinistro della casa c’era una fila di noccioli, dai fusti sottili e slanciati. Ogni albero con una miriade di rami, ogni ramo con una miriade di foglie. Alla base dei tronchi c’erano alcuni ceppi circolari e levigati: il nonno li tagliava perché non s’infoltissero troppo. Nella mia fantasia, questi ceppi erano le case delle mie bambole, il più grande diventava il tavolo, i più piccoli erano sedie. Trascorrevo gran parte delle giornate estive in giardino, a giocare. Non solo i ceppi dei noccioli si trasformavano in vere e proprie abitazioni in miniatura, ma anche le tre grandi betulle al centro del piazzale, i cespugli di sforzizie, infiammati di giallo, il ciliegio e le viti. I noccioli restavano sempre i miei preferiti, ma trovavo sempre un nuovo luogo dove poter creare un mondo tutto mio. Un giorno stavo sotto l’agrifoglio, che però pungeva; poi era il turno degli albicocchi. Gli albicocchi erano due, molto vicini l’uno all’altro; tra i due tronchi si era creata una specie di conca, ideale per riposarsi. I cespugli di ortensie, vicino all’agrifoglio, erano troppo fitti, e attorno alle radici non c’era mai erba, ma solo terra. Il ciliegio e le betulle erano troppo alti, e mi facevano ricordare com’ero piccola. Il pruno troppo nodoso, il fico troppo scivoloso. La prima volta che mi sono arrampicata su di un albero, sono salita sul fico. Sono rimasta un po’ penzoloni, accoccolata tra i due rami più grossi, e mi sono addormentata. Il sonno migliore in assoluto, invece, l’ho fatto per terra, sull’erba, all’ombra delle betulle. Avevo giocato tanto, che ad un certo punto per la stanchezza mi sono sdraiata ed ho cominciato a dormire, in mezzo al prato. Ricordo che al risveglio mi sentivo incredibilmente leggera, tanto che credevo di galleggiare nell’aria, mi pareva che sulla terra poggiassi solo il corpo, senza alcun peso. Allora mi è venuto in mente che io ero su un piccolo pianeta, che viaggiava nello spazio, e m’è piombata addosso un’angoscia incredibile, perché la terra, nella mia immaginazione, non sapeva dove andare. Quella è stata la prima volta che ho provato a pensare l’impensabile infinito dell’universo. Ancora oggi, se penso infinito, penso al cielo sopra il mio giardino.
Erano anni che non sentiva un settembre così caldo. Scavando nella memoria della sua breve vita, poteva ricordare un giorno d’autunno, era sicuramente settembre, che faceva un’afa terribile, aveva giocato tutto il tempo in giardino con sua cugina. Sarà stato quando aveva cinque anni o giù di lì, indossava quella gonna estiva gialla e tanto bella: se girava forte su sé stessa la veste si sollevava, fino a fare una ruota perfetta. Ma a parte quel giorno, mai il tempo era stato tanto indulgente all’inizio dell’anno scolastico. Lucia camminava verso l’ospedale, compiacendosi dell’aria mite e temperata che l’avvolgeva. Era davvero una giornata magnifica, quasi surreale. Il sole pervadeva ogni angolo della strada con una luce intensa, ma non prepotente, che esaltava tutti i colori: le foglie che iniziavano ora ad ingiallire, ora ad arrossarsi, gli ultimi fiori sgargianti, il verde intenso dei pini, il cielo azzurro libero dalle nubi, le case di città così alte e composte, bianche o rosso mattone, e persino l’asfalto grigio della strada pareva brillare in particolar modo. Svoltò a destra, poi a sinistra, poi di nuovo a destra. Tra Via Chiusa e Vicolo della Fine, incrociò due vecchine, intente nei loro discorsi, a cui sorrise ampiamente. Lucia sorrideva sempre, e salutava chiunque, anche chi non conosceva, senza una motivazione: le sembrava giusto così, e basta. Le due vecchine però non le risposero, fecero come se non l’avessero sentita. Il che non la sorprese: la maggior parte della gente non le prestava mai attenzione, proseguiva per i fatti suoi. Attese che la strada fosse libera dalle macchine e l’attraversò, domandandosi quando il comune si sarebbe deciso a mettere un semaforo anche lì. Camminò ancora per qualche metro, fino a che non si trovò proprio di fronte all’entrata dell’ospedale di Santa Monica, spinse con fatica il grande portone di vetro dell’Ingresso visitatori, e si avviò decisa all’ascensore. La zia stava al settimo piano, dunque ben quattordici rampe di scale, e Lucia non aveva voglia di affaticarsi. Chiamò l’ascensore, che arrivò quasi subito, era persino vuoto: insomma, era perfetto, procedeva tutto liscio e senza intoppi. Dopo la visita alla zia, sarebbe andata al cinema con Marco. Era molto felice, si sentiva anche molto grande e responsabile, perchè quello con Marco era il suo primo appuntamento. Lucia guardava la sua immagine riflessa nello specchio dell’ascensore, compiaciuta: una scollatura di bell’ effetto e una gonna corta, visto che era ancora caldo. Al terzo piano salì una dottoressa, i capelli raccolti in uno chignon, gli occhiali dalla montatura fine, il camice ampio e bianco che nascondeva le forme. Teneva la testa bassa, china su una cartella, e pareva al quanto preoccupata, così Lucia non si sentì di disturbarla, e per questa volta non salutò, né sorrise. Lucia ammirava molto i dottori. Era della convinzione che ognuno, nella vita, dovesse trovare un suo modo personale per lavorare per gli altri, mettersi al servizio del prossimo, migliorare ogni cosa, e migliorarsi, e i dottori questo lo facevano ogni giorno. Molti suoi amici volevano diventare medico, ma lei no: lei voleva essere l’inviata speciale di un giornale, andare nelle zone di guerra, denunciare le violenze, gridare al mondo i soprusi. “Ecco”pensava Lucia “voglio fare la giornalista. Questo, questo è il mio modo per fare del bene, questa è la strada che mi porterà a fare qualcosa di produttivo.” Settimo piano. Reparto di Medicina generale e Lungodegenza. Stanza 712. La zia stava nel letto al centro della stanza, distesa, in apparenza flebile e priva di forze. Solo in apparenza, però. Quel che l’aveva sempre colpita nella zia, erano quella straordinaria forza di carattere e quella volontà che non l’avevano mai del tutto abbandonata, nemmeno dopo il decesso della sorella, nemmeno quando non riusciva più a reggersi in piedi, ed era destinata a trascorrere gli ultimi suoi giorni a letto:
“Vei chi, vei chi, oh, ma sa volelo dir?, l’è venuta
“Ciao zia, come la va?”
“Cossa?”
“Ho dit, come la va?”
“Non t’ho miga sentù ben!”
“HO DETTO: COME STAI?”
“Ah ben ben, grazie”
“Tutto bene, sì?”
“Sì sì, varda, mi sto chi, en del let tut el dì, me digo le me corone, una per ti e per la to famiglia, una per to cosin, e una per to nono. Ma sa vot, toi? No son pù bona de caminar, no ghe la fago pù, e varda che l’è dolori, l’è dolori!”
“Ma dai zia, che te me sembri abbastanza sù!”
“Cossa?”
“Ho dit, che te me pari abbastanza sù!”
“Ah sì sì, l’è propri en bel dì, sì sì!”
“Ma no, ho detto: MI SEMBRI ABBASTANZA Sù DI MORALE”
“Ah sì, per quel sì, l’è che mi el digo sempre al me Gesù, che el faga presto a venir a torme, perché noi pianzen i morti, ma lori i sta meio de noi!”
“Eh già…”
“Varda, pianzer i morti propri non bisogna, e poi ghe vol tanta forza de volontà, ma tanta. Mi no ghe la fago pù, no ghe la fago pù!”
“Ma dai zia, su con il morale”
….
Lucia guardò la zia, era diventata tanto magra, la pelle era talmente sottile, si potevano contare tutte le vene, le arterie, i nervi, e ogni tanto si intravedevano persino le ossa. Ma ciò che le faceva più impressione, erano le gambe: magre, fini, saranno state al massimo sei centimetri di diametro. Aveva la strana sensazione che non l’avrebbe più rivista.
Lucia salutò la zia, e si allontanò velocemente dalla stanza, quasi volesse scacciare altrettanto velocemente i tristi pensieri che le riempivano la mente. Scese le scale di tutta fretta, senza nemmeno attendere l’ascensore, Marco la stava aspettando già da due minuti. Quasi si inciampò, e se avesse corso di più, sarebbe sicuramente caduta dalle scale. Uscì dall’ospedale, fece qualche passo, attraversò la strada. No, non avrebbe più rivisto sua zia. Ma il comune, quando si sarebbe deciso a mettere un semaforo anche lì?
Non ho tempo di aggiornare...nel frattempo guardate qui!!
http://www.mymovies.it/trailer/?id=47296
Non vedo l'ora di vedere questo film... Che ne pensate?
Poesia d’amore
È all’alba, questa sera
e questa luce
al tramonto
c’immerge.
Afrodite col suo sospiro
mi regala vento dorato
fra i capelli di seta.
Mi fa piccola e fragile
tra le tue braccia,
fa caldo il mio respiro
sulle tue spalle.
È come fare i primi passi, questa sera
e questa tua mano
sul mio corpo
ci fonde.
Ares col suo ardore
ti regala uno sguardo infuocato
fra il profumo della tua pelle.
Ti fa forte e sicuro, teso e disteso,
tra le mie braccia.
Fa salda la tua presa
attorno ai miei polsi.
Sembra giorno, questa notte
e questo stante
sotto l’occhio del cielo
ci libera.
Alba di un nuovo giorno

Stai male, è difficile prendere una decisione.
Chi sei tu?
Perché ciò che ti sta attorno esiste?
Non sarebbe meglio starsene raggomitolati, la coperta sopra la testa,
E far finta che fuori sia niente,
Che il resto non esista?
Se vuoi, puoi lentamente scivolare fuori di te, dimenticarti di essere.
Ascolta, è buio
Guarda, nessun rumore
Eppure domani sarai di nuovo.
Eppure domani sarà, anche se non vuoi che sia
Che senso ha tutto questo?
La felicità è là,
Esiste
Afferrala.
Esci
Annusa
Assaggia.
COCCINELLA
Contro il finestrino dell’autobus,
una coccinella.
I contorni
delineati dalla chiara luce
d’una sera d’estate
nitidi.
Cerca
un’alternativa illusoria
alla vita.
Vuole credere
che il freddo vetro
non esista.
Eppure,
è la sua superficie d’appoggio.
Pochi millimetri,
spessore di ghiaccio,
la separano
dalla libertà
di posarsi
su ogni fiore.
Dal rischio
di essere divorata
per un sogno vissuto.